è una
tecnica edilizia romana tramite cui si realizza il paramento di un
muro in opera cementizia. E' una tecnica antica presente già in
epoca augustea. Anche dopo l'introduzione dell'opera laterizia se ne
continuò l'uso ancora nella seconda metà del II secolo d.C., con
ammorsamenti in mattoni sugli spigoli (opera mista o opus mixtum).
Il mattone,
il muro, la rete. Gli elementi del muro antico romano.
Il Mattone,
come una parola in una poesia. La poesia, un singolo muro che si
innalza, delimita, separa e unisce allo stesso tempo: il limis,
il limite, il confine. La rete, l'insieme dei racconti sul limite,
sulla linea che separa ed unisce allo stesso tempo.
Napoli, le
sue origini nell'antichità classica, il mito, la storia che si legge
sulla magia ortogonale dell'impianto urbanistico della città e che
riflette il modo di organizzare il muro degli antichi.
Questa prima
personale di Malja Brando, all'interno della rassegna CUM FINIS è
dedicata all'opera reticolata, all'opus reticolatum, che è alle basi
della forma della nostra città.
L'ortogonalità,
la rete, nelle immagini proposte da Brando è una mia personale
esigenza di avere un riferimento certo, una sorta di ordine da cui
partire per un improbabile racconto della città.
La rete è
costruita da Malja Brando con ombre, luci, riflessi e con le antiche
pietre che evocano le origini. Il blu, il colore del mare, in una
rete di nodi che rivela un rapporto difficile e allo stesso tempo
naturale col mare che a Napoli non è mai una porta verso l'ignoto,
una finestra sconfinata in cui perdere lo sguardo, ma il suo ventre.
Il ventre di una città saturo di liquido amniotico dove nascono e
annegano sogni, desideri, paure, speranze, amori e dolori di ogni
napoletano, e dove lo sguardo da qualsiasi parte ci si mette
incontra sempre qualcosa mai una piatta linea di contatto tra il blu
dell'acqua e il blu del cielo.
Il cielo
riflesso nella rete di acciaio e di vetro, nella vana speranza di un
progetto di una forma futura, ma che non ci appartiene.
Napoli è
una città di mare costruita su una rete, l'antico tracciato
ortogonale su un terreno di fuoco con pietre di fuoco
Napoli
11 Maggio 2012
M.S.
Mario Scippa e Malja Brando
Mentre scrivevo per queste fotografie, guardandole, e pensando all'acqua, all'aria, al fuoco, alla terra e all'opera reticolare che caratterizza la storia del nostro territorio, mi è venuto in mente un mio vecchio piccolo scritto dedicato ad una città sepolta tanti, tanti secoli fa dalle ceneri del Vesuvio. Pompei.
Città
Era
una strada, lunga, tortuosa,
leggermente
in salita. Il sole
sembrava
dar vita alle pietre.
Colonne,
volti stupiti. Segni,
di
fuoco e di acqua, scolpivano
il
paesaggio. La dimora di Efesto.
Gigante
dormiente, sulle rovine
della
città morta, sei ancora di vita.
La
luce scivola modellando luoghi.
Templi,
lupanari. Vizi, miti, sogni,
desideri,
la paura scolpita nei volti
di
pietra. Occhi, spalancati di bambina.
Lontana
nel tempo, una lacrima.
Sul
volto una luce: il sogno.
Del
solitario viaggiatore, creatura fragile,
ridente,
sei anima sfuggente, Sola.
Incastrata
nel muro è la tua mano.
Luce,
acqua, pietra, fuoco.
Anima
mia.
M.S.
(tratta
da: IL COSTRUTTORE DI ILLUSIONI,
di Mario Scippa)
E' la bellezza che
deve salvarci o noi salvare la bellezza?
di Mario
Scippa
La fotografia e la poesia
sono strumenti che ci permettono di andare oltre i confini del
sensibile.
Solo oltre tali confini è
possibile rintracciare la bellezza disse Aldo Masullo in una
conferenza un anno fa.
La bellezza. La bellezza
contiene in sé una forza salvifica, disseDostoevskij. La bellezza,
l'unica vera forza che ci può salvare da questo abisso nel quale
negli ultimi anni siamo precipitati.
La bellezza, ci ricorda
poi il grande De Luca, è quella energia potente che vincendo la
forza di gravità, partendo dal centro della terra, si espande in
tutti i punti dell'universo attraversando ogni cosa.
Il fotografo, come il
poeta, sono tra quelle persone che hanno il dovere morale di
rintracciarla e rivelarla, perché sono coloro i quali riescono ad
isolare un frammento di spazio e di tempo da continuo divenire. A
volte, questo frammento viene isolato per caso.
Il caso, che a volte ci
appare come quell'attimo di ordine nel caos, ovvero la manifestazione
di quella energia di cui parlano De Luca,Dostoevskij, Masullo e altri
grandi pensatori.
La bellezza, quella
energia che attraversa la materia, prendendone la sua forma come fa
l'acqua, e che, viaggiando nel tempo e nello spazio, viene rivelata
dal poeta e dal fotografo spesso per caso, con un'altra energia: la
luce.
Bellezza, energia,
forma, materia, massa, luce, tempo.
Tutti elementi che il
fotografo, come il poeta, mette in relazione tra loro per costruire
una forma. Gli stessi identici elementi alla base del pensiero di un
grande pensatore del secolo scorso, che è stato anche colui che ha
completamente ribaltato tutte le teorie della misurazione delle
spazio e del tempo e che sulle sue riflessioni sulla materia,
sull'energia, sul tempo, sullo spazio, sulla luce, sono basate tutte
le speculazioni moderne nella scianza, nella fisica e nel pensiero
filosofico pensiero scientifico e filosofico. Parlo di Einstein. Il
quale arriva alla sua famosa formula mettendo in relazione la
materia energia con la massa delle cose.
E = mc2
Questa formula si fonda
sul concetto che un corpo a riposo possiede la capacità di liberare
energia trasmutando tutta la sua massa o una parte in radiazione
elettromagnetica: questo è il nuovo paradigma einsteniano, mai
concepito prima del 1905 da altri fisici, che si contrappone con il
paradigma newtoniano (secondo il quale, poiché il tempo è separato
dallo spazio, in quanto assoluto, la cinematica è completamente
separata dalla dinamica, e perciò un corpo libero fermo non possiede
alcuna energia che possa trasformarsi in energia cinetica di
irraggiamento).
I fotografi, come i poeti,
per rivelare la bellezza, mettono anche loro in relazione gli
stessi elementi, forse hanno nel loro DNA qualcosa di simile a ciò
che aveva Einstein che ha mutato completamente il modo di misurare
lo spazio e il tempo.
Cum Finis
è un viaggio verso il noto che ri-vela l'ignoto che è dentro di noi
.
E' una ricerca dei luoghi
della memoria e dei "luoghi comuni". E' anche un viaggio
verso i grandi vuoti urbani, le terre di nessuno, di frangia, di
quelle potenzialità espresse e represse dal cattivo uso e anche far
perdere lo sguardo, come una carezza, nel centro del centro della
città.
Cum Finis è un viaggio verso il noto che ri-vela l'ignoto che è dentro di noi .
E' una ricerca dei luoghi della memoria e dei "luoghi comuni".
Un viaggio verso i grandi vuoti urbani,le terre di nessuno, di frangia, di quelle potenzialità espresse e represse dal cattivo uso e anche far perdere lo sguardo nel centro del centro della città.
Fin quando ci sono due o più territori, quindi due o più luoghi, quindi due o più realtà diverse tra loro, il confine, questa linea immaginaria o fisica messa da noi , tra noi e gli altri, assume sempre più spessore fino a diventare qualcosa di non misurabile, un (non) luogo dove queste diverse realtà possono sia dividersi e differenziarsi tra loro ma sopratutto incontrarsi e dar vita ad altre realtà, altri luoghi, altri territori non facilmente classificabili. Cum Finis a Napoli è anche la linea di contatto tra la terra e il mare, quel mare nostro, che è percepito non come porta verso l'ignoto ma come una grande pancia, come un ventre pieno di liquido amniotico dove si concepiscono, crescono e annegano, le nostre paure, i nostri sogni, i nostri desideri e i nostri amori e i nostri dolori. Un ventre gonfio e tondo, il golfo dove da qualsiasi punto della costa ci si mette si ha sempre qualcosa di fronte che interrompe l'orizzonte dandoci quella sensazione di protezione, di essere accolti, nonostante tutto da questa nostra città.
Cum Finis è una linea sottile di infinito spessore, è la volontà di ritrovare l'universo nel frammento e di ritagliare frammenti di eternità dal continuo divenire, di raccontare dove è stato da sempre raccontato e dove c'è ancora tanto da raccontare. I confini di Napoli sono un luogo mentale, il momento che si abbandonano le certezze per avviarsi verso il campo della poesia, là dove nulla è certo e dove il racconto diventa musica.
M.S.
Cum Finis
oltre i confini del sensibile
13 fotografi con uno sguardo su Napoli da una zona di confine.
A cura diMario Scippa
fotografi:
Marialilia Brando
Antonio Coppola
Massimo Buonaiuto
Luca Canzanella
Angelo Casteltrione
Francesco Saverio Fienga
Jusi Iescone
Antonio Manno
Alberto Mazzarino
Grazia Rossi
Roberto Russo
Francesca Sciarra
Simonetta Volpe
Intervengono:
L'architetto Francesco Escalona
L'editore Pompeo Paparo
Il Maestro Carlo Molinelli
Presenta Mario Scippa
Cum Finis è una linea sottile di infinito spessore, è la volontà di ritrovare l'universo nel frammento e di ritagliare frammenti di eternità dal continuo divenire, di raccontare dove è stato da sempre raccontato e dove c'è ancora tanto da raccontare.I confini di Napoli sono un luogo mentale, il momento che si abbandonano le certezze per avviarsi verso il campo della poesia, là dove nulla è certo e dove il racconto diventa musica.M.S.
La rassegna partirà con una collettiva dal titolo Cum Finis il 30 Marzo alSALOTTO ANTICHITA' SCIPPA arte&cultura a Napoli, in via Vannella gaetani 20(tel 0817642922) :13 fotografieuna per ogni fotografo.
Seguiranno, con una scadenza di circa 25 giorni, l'una dall'altra, 13 mostre personali per ogni fotografo presente alla collettiva in ordine alfabetico.La prima personale sarà il lavoro di Manlja Brando e sarà inaugurata Venerdi 27 Aprile 2012
Tutta la rassegna (che durerà un anno) sarà seguita dalla rivista a tiratura nazionale IO LEGGO della Paparo Edizioni, con due pagine a cura di Mario Scippa dedicate agli autori con fotografia, nota critica e biografia dell'autore.
Doveva essere motivo per me di orgoglio e gratitudine avere avuto da Oriana Russo l'opportunità di poter presentare il mio libro in una biblioteca, in un luogo pensato e concepito intorno alla parola scritta. Perché La parola è la protagonista principale del mio libro Il Costruttore Di Illusioni.
Invece il caso, per motivi organizzativi all’ultimo momento siamo stati spostati negli spazi attigui alla biblioteca, nella ex Fonderia Righetti.
Il caso, quei pochi attimi di ordine nel caos dell’universo, disse qualcuno, ha voluto che la mia parola -così come oggi viene espressa regolarmente nel vecchio laboratorio di mio padre, un laboratorio di intaglio in legno e di restauro di mobili antichi, che io ho trasformato da laboratorio di oggetti in laboratorio di idee- fosse espressa in un antico laboratorio di oggetti trasformato in laboratorio di idee.
La materia, non so chi di voi è mai entrato in una fonderia: fumi, fuoco, bronzo fuso e colato, vasche di gesso per i calchi e vasche di terra cotta. Materia. E allora mi convinco sempre di più che la parola per un poeta è materia, come la pietra è materia per uno scultore.
Ringrazio innanzitutto tutti voi per la accorata risposta al mio invito; ringrazio il Maestro Carlo Molinelli, Dario Perroni dei MunduRua e Ornella Iuorio, per la perfetta sinergia di linguaggi diversi che hanno saputo realizzare intorno alla mia parola scritta, e ci tengo a precisare a titolo del tutto gratuito, mossi esclusivamente dalla passione per la ricerca di nuovi linguaggi espressivi; ringrazio Pina Paone, conosciuta su facebook e che qui rappresenta per me tutti i miei contatti che mi hanno seguito in questa avventura; e naturlmente Oriana Russo per avere creduto in questa inattesa connessione, per citare una espressione che so essere molto cara a lei.
Sono felice perché questo libro, prima di essere una raccolta di “piccoli scritti”, così li amo definire e non poesie come tutti li chiamano, è innanzitutto una mia personale ricerca sul senso evocativo della parola e su come si possa costruire una poesia tenendo presente la mutazione in atto del linguaggio che sta trasformando radicalmente il modo di comunicare e, perché no, di pensare della gente, una mutazione di linguaggio la cui espressione massima è l'uso dei network e del web (e che si riflette nei rapporti interpersonali, di amore di amicizia, nell'arte, nella poesia, finanche nella politica, pensate il ruolo che hanno avuto i network nella campagna elettorale di Obama, oppure alla rete degli indignados o ai giovani del Maghreb che hanno praticamente ribaltato sistemi di potere consolidati da decenni partendo dalla comunicazione via web).
In questi anni con lo sviluppo delle nuove tecnologie di comunicazione, stiamo vivendo, consapevolmente o non, un mutamento radicale del linguaggio, pari nella storia solo al mutamento di linguaggio avvenuto 700 anni fa con l'invenzione della stampa e quindi con il trasferimento dalla parola orale, che ha caratterizzato il periodo antico e tutto il medioevo, alla parola scritta, che ha caratterizzato l'epoca moderna. Le nuove scoperte della fisica, la quantistica, la teoriea delle stringhe, internet, google, i network, il concetto di link, stanno completamente rivoluzionando il senso della parola e quindi del linguaggio e quindi del pensiero del singolo come delle comunità.
Il concetto di link è alla base di tutti i miei scritti.
Una caratteristica che già aveva caratterizzato la struttura narrativa del mio primo romanzo e che proprio Oriana Russo in un suo intervento ad una delle presentazioni del libro -era a san Sebastiano all'associazione Sott e Ncopp- aveva notato e sottolineato, quando disse che secondo lei c'era un particolare del libro che dava la vera chiave di lettura del mio lavoro.
Quel particolare Oriana lo individuò già espresso sulla copertina, nel titolo, nella congiunzione “e” tra la parola antiquario e la parola professore. L'idea della congiunzione del collegamento tra due parti, è la struttura stessa di quel libro, infatti la prima parte del libro è il regno delle ipotesi dove sale a galla dall'oblio della memoria dell'antiquario il suo personale e intimo mondo, nella seconda parte è il regno del professore, che si presenta all'antiquario. Al centro, come anello di congiunzione tra queste due realtà diverse tra loro, un sogno, il sogno dell'antiquario, dove incontra la “parola”. Il collegamento, il link, la congiunzione.
Una sola vocale che diventa la chiave di lettura di un intero libro. Una raffinata e sottile intuizione quella di Oriana che mi ha fatto poi riflettere in modo razionale su qualcosa che istintivamente stavo ricercando: una indagine, attraverso la narrazione, sulla trasformazione del linguaggio che sta stravolgendo completamente il modo di comunicare e di pensare Gran parte di questo mutamento del linguaggio è espresso dal concetto di Link.
Pina Paone Mario Scippa e Oriana Russo
Link, oggi un termine di uso comune, che fa parte delle nostre quotidiane abitudini ma solo 15 anni fa era sconosciuto a chi non parlava inglese. Link, una parolina, semplice, che letteralmente significa anello, collegamento, catena, che ha completamente rivoluzionato il nostro modo di comunicare.
Il link si è imposto con la comparsa di google il primo motore di ricerca in internet che suggerisce una consultazione delle pagine web in funzione di un ordine stabilito in virtù delle “pagine più linkate” dalla parola che stiamo cercando.
Linkate altro termine completamente nuovo nel dizionario italiano, comune a tutti noi e che fino a pochissimo tempo fa neanche esisteva e che significa : pagine che possono avere niente in comune tra loro se non quella parolina azzurra, quel collegamento, il link:
Una sola parola che può mettere in relazione realtà diverse tra loro e queste realtà con noi. Che forza il link
Torniamo al libro di stasera
Come nasce il Costruttore Di Illusioni
Io credo che per ogni scrittore ogni libro che scrive non è altro che la continuazione naturale di ciò che ha scritto precedentemente e l'anticipo di ciò che poi scriverà.
Chì ha letto L'Antiquario e Il Professore si sarà accorto dell'attenzione che io rivolgo al carattere evocativo della parola e alla natura poetica che ho sempre espresso anche in una semplice descrizione di un luogo, di un fatto o di un personaggio.
Tra l'altro l'ultima frase del libro, preannunciando questo lavoro che presento stasera, testualmente dice:
“[...]l'antiquario si sentì come Mercurio, come il messaggero di Zeus che viaggia sulla leggerezza dei suoi sandali alati e, da quel momento in poi, incominciò a viaggiare sulle ali della leggerezza verso una magnifica terra.
Un mondo senza alcun confine, la poesia.”
Quella frase, già quando la scrissi e chiusi quel romanzo, fu come una sorta di appuntamento con la poesia, prima con me stesso e poi con chi potevo condividere i miei scritti.
In quel periodo, 2 anni fa circa, per pubblicizzare il mio libro, iniziai ad usare molto internet, i network, ovvero la interazione diretta con le persone che erano in rete.
Due anni fa, circa, nelle sere di Agosto, incominciai a voler dare una forma ad alcune mie immagini che da sempre mi sono appartenute, con le parole.
Incominciai a scrivere piccoli testi e mentre scrivevo non facevo che riflettere sui mutamenti del linguaggio in atto e il senso che avrebbe avuto scrivere poesie se poi il linguaggio usato non corrispondeva alla radicale mutazione in atto che avvertivo nel modo di comunicare della gente.
Mi immersi nei social network per comprendere le potenzialità espressive di questa nuova forma di linguaggio che stava contagiando a macchia d'olio milioni di persone in tutto il mondo, per capire in che modo quelle immagini che volevo tradurre in parole potessero essere in sintonia con queste nuove potenzialità espressive.
Usai una tecnica molto semplice.
Scorrevo la mia home page osservando attentamente come i miei contatti comunicavano tra loro e con se stessi, pubblicando video, canzoni, fotografie, aforismi, notizie di attualità, battute, messaggi a volte allegri spensierati altre volte che esprimevano un'atavica solitudine in chi li pubblicava e qundi una disperata richiesta di essere ascoltati. Erano tutti messaggi come chiusi in bottiglie e lanciati nel mare, con la speranza di essere raccolti da qualcuno.
Quelle immagini le trasformavo in piccoli testi, costruendo dei versi. Dopo individuavo una parola chiave che potesse in un certo modo sintetizzare l'immagine complessiva del testo. Pubblicavo quella parola sulla mia pagina facebook e chiedendo ai miei contatti in linea quale immagine veniva nella mente leggendola. Fin dalla prima volta decine e decine di contatti rispondevano inaspettatamente a quella mia richiesta, divertiti e appassionati. Quelle frasi cparoler, o versi che loro scrivevano come risposta, io le trasformavo, operando un esercizio retorico, attraverso l'individuazione di metafore, di figure retoriche o sinonimi o contrari, per inserirlne alcune perfettamente nel testo che avevo già preparato. Per poi pubblicare il testo completo e far frutto dei commenti per scrivere altro ancora. Fu l'inizio del gioco della parola, che durò qualche mese.
Era come una miniera di immagini la mia homepage.
In quelle immagini pubblicate che scorrevano e che inesorabilmente sparivano affondando sotto il bordo inferiore del video, scomparendo, scoprii un nuovo mondo.
Un mondo fatto di linguaggi per me inedito nuovo, complesso, caratterizzato da una inedita leggerezza comunicativa, da una straordinaria visibilità, da una incredibile rapidità nella diffusione, era una eccezionale molteplicità di stimoli che, anche se poteva sembrare un caotico mondo conteneva in sé una idea di ordine, di esattezza.
Leggerezza, Visibilità, Rapidità, Molteplicità, Esattezza. Era il testamento di Italo Calvino.
Erano i valori della letteratura individuati da Calvino alla fine del secolo scorso, da salvare e da portare nel millennio in cui viviamo oggi, nella cultura postmoderna.
Era il mondo nel quale apparteneva quel linguaggio con il quale volevo interagire, con cui strutturare i miei scritti e comunicare, in tempo reale con i contatti in linea. Era per me il nuovo linguaggio al quale doveva far riferimento la poesia.
Partendo dal presupposto, del quale sono fermamente convinto, che la poesia, come l'arte in genere, è lo strumento che ci permette di andare oltre i confini del sensibile e darci una rappresentazione del mondo oltre ciò che ci appare come scontato, io adesso sono convinto che la poesia può riacquistare, con questo nuovo modo di comunicare, un ruolo che sembra essersi perso da qualche decina di anni assolvendo ad un importante dovere morale: quello di rivelare ciò che agli altri non appare immediatamente visibile. In particolare rivelare la bellezza.
Mentre scrivevo e stavo in contatto con gli atri utenti on-line con il gioco della parola mi arrivavano tante poesie di tante persone che si definivano poeti. Ne avrò lette migliaia. E nel frattempo continuavo a scorrere la home page leggendo aforismi, note, ascoltando musiche, guardando fotografie.
Un giorno mi capitò sotto gli occhi un link. Era un video. Un video crudele. Raccontava una storia di Bambini in Cambogia usati per soddisfare le esigenze sessuali di adulti.
Ne rimasi sconvolto.
Quelle “poesie” dei miei contatti e anche le mie, dalla visione di quel video in poi, le sentivo inutili, leggevo, rileggevo e vedevo solo parole vuote.
Mi vedevo io, e tutta quella gente che sapeva usare la parola, inutile che non assolvevamo a quel dovere morale di chi ha uno strumento tra le mani per poter rivelare e piuttosto che rivelare con la parola tendevamo a nascondere, a creare un momento “altro” per non pensare.
Un poeta, un vero poeta, dovrebbe invece descirivere tanto ciò che è da sempre dentro di sé, quanto ciò che dentro di sé viene continuamente modificato da ciò che arriva dal mondo esterno.
In Particolare un poeta dovrebbe essre colui che avverte chiaramente l'attraversamento nel proprio essere di quella potente energia che con la sua forza ascensionale, vincendo la forza di gravità partendo dal centro della terra, si proietta in ogni punto dell'universo: la bellezza, che come un urlo deve farci sentire e vedere le ingiustizie e le brutture del mondo.
Invecel Leggevo la grande inutilità della parola in quella cosiddetta poesia.
Dopo quel video mi fermai con il gioco della parola.
Incominciai a riflettere sulla potenza inespressa negli ultimi decenni della parola nella poesia, e di tutti i fatti tragici che accadevano nel mondo. Pensai alla bellezza, come disse Dostoevskij, l'unica forza che ci poteva salvare, e invece chi fa poesia oggi sembra non accorgersene, soffocandola in inutili parole.
In quei pochi minuti della durata di quel video, guardando quei bellissimi occhi neri e lucidi di quei bambini, la cui infazia è stata distrutta dalla follia perversa degli adulti, mi sentìì di quei delitti e di tutti i delitti del mondo complice:
Parole nude, affiorono
dal profondo, inutili.
Le farfalle volano
cercando cristalli nei sogni,
le fiamme nella foresta
bruciano ali e tempi.
Barbari, mercenari,
cannibali, preti e profeti.
Forma assente, vuoto,
nella mente dilaga follia.
Silenzi assordanti
sfondano i timpani,
campane di bronzo fuso dal fuoco
dell'inutile guerra.
Nella mente specchi,
pensieri brucianti di rabbie.
Poeta, taci?
tu non puoi! la tua è Poesia.
Illusione e paura, mia,
riflessi muti su pareti di gomma.
L'orrore invade il mondo;
potenti, bellezze, orchi,
del pudore divoratori.
Striscia, tranquilla, languida,
la parola vestita.
Piccoli fiori senza più petali.
Fragile gazzella, pelle consumata
dagli sguardi assetati
di affamati leoni.
Il mondo guarda,
il mondo sa,
è complice e tace.
Vendute,
le vendono morte nell'anima.
Ed io, poeta?
No, Complice!
La forza della parola
La parola. Che forza la parola potrebbe e dovrebbe avere.
Con la parola in questo libro ci ho giocato, ci ho sofferto, ho trovato sfumature, collegamenti, costruito figure retoriche, metafore per parlare e raccontare di fatti terribili come di sensazioni docissime.
Con la parola ho cercato di dare vita a realtà che partendo da alcune mie esperienze sono diventate autonome, vivendo di vita propria indipendentemente da me, in cui centinaia di miei contatti si riconoscevano o riconoscevano semplicemente qualche cosa di loro.
I miei contatti, leggendo on line i miei piccoli scritti nati col gioco della parola, e che ora fanno parte di questa raccolta IL Costruttore di Illusioni, a detta di tanti, avevano l'impressione di essersi affacciati sulla mia anima.
Mi rivolgevano tante domende riconducibili tutte ad una unica sola domanda:
ma tu cos'hai dentro?
Ornella Iuorio
La stessa domanda che mi rivolgevano nello stesso tempo i lettori dell'antiquario eil professore. Allora decisi di scrive un piccolo scritto che mi doveva servire da un lato per le presentazioni del libro, dall'altro doveva rispondere a quella domanda dei contatti on line.
Feci un esercizio retorico operando una sorta di introspezione psicologica cercando di isolare alcuni punti in comune tra me e i personaggi del libro e tutti quei piccoli scritti e poesie che avevo prodotto fino a quel momento.
Usai per la prima volta la lingua napoletana, anche perché qullo scritto partiva da riferimenti fortemente autobiografici e siccome io sono profondamente napoletano e il mio linguaggio è profondamente napoletano quel testo non poteva che essere scritto che in napoletano.